Roberto Viviani

di Mario Ferrara, 1978

 

La pittura di Roberto Viviani si direbbe, a prima vista, tra le più semplici da interpretare - per la compostezza dell’impianto, l’equilibrio (vera e propria "armonia di opposti") tra certi toni accesi e l'intensa penombra che li origina - l’insistenza dei fiori, delle farfalle, dei nudi femminili che nella loro preziosità cromatica sembrano l’immediata espressione d'un idilliaco senso della natura. Tutto pare subitamente rivelato dagli stessi protagonisti di queste vivaci tele come da un proscenio chiaramente illuminato.

E d'un tratto t'accorgi che quegli arbusti e quei rami fioriti, le gemmate ali delle farfalle e la luminosità dei nudi rimandano a una vita più segreta e oscura di cui essi sono quasi simboli, così come i sogni sono simboli dell’inconscio, un arcano linguaggio che rimanda ad ancestrali archètipi, a moduli d'una realtà sempiterna di là dallo spazio e dal tempo a noi consueti.

Niente di più composto - e, si direbbe quasi, accademico - di certi torsi femminei che sembrano prorompere nella lucida visione dell'artista con la stessa primordiale vitalità dei tralci carichi di linfa e di fiori. Ma se qualcosa si rivela essenziale nella pittura di Viviani è il felice impegno di superare l'accademia e l’inerto modello classico nella vivezza della personale intuizione soggettiva e creatrice. E ciò non significa, ovviamente, rinnegare l'insegnamento dei maggiori; e tanto meno quell’interiore comunione con una Natura che dilata analoghi e misteriosi ritmi tanto nel nostro spirito quanto nell'anima delle cose tutte intorno a noi. Psiche, infatti - ci ricorda la corrente più suggestiva della "psicologia del profondo" - è una realtà ben più vasta di quella racchiusa nella semplice coscienza o Io; perché si dilata a tutta quella realtà inconscia che nella sua più lontana dimensione si manifesta a noi come materia. “Al suo grado inferiore - scrive Jung - psiche è semplicemente mondo".

Ora, se non ci inganniamo, l’inquietudine più vera e più lirica di Roberto Viviani - di là dalla sua apparente estroversione e dalla limpidezza cromatica dei suoi quadri - consiste proprio in una ricerca della comune matrice per cui la lucentezza di un'azzurra giornata riflessa dal cielo alla terra si partecipa tanto spesso a una nostra serena visione delle cose, mentre un turbamento del nostro animo ci oscura anche il mondo in cui viviamo. Di questa comunione tra noi e le cose - puntualmente definita da Lévy-Bruhl "partecipation mystique" - l'uomo "razionale" e moderno va sempre più perdendo il senso e la consuetudine, travolto da una tecnologia sempre più disumana e pericolosa. Con tanto maggiore intensità ce la rammenta, invece, l’artista che la ritrova nell'inconscia ispirazione dalla quale gli è suggerito il ritmo delle parole o dei colori, il segno che delimita armoniosamente lo spazio informe o la scansione in cui si modulano i tempi e i motivi delle composizioni musicali e delle danze.

Ed ecco che Viviani ci propone i suoi insetti giganti, i suoi fiori, i suoi nudi, quasi a ripeterci nel mirabile equilibrio dei colori, nell'intrico sapiente delle nervature, nel raccordo di tutte le parti dell'organismo, l'arte stupenda in cui spontaneamente si esprime l'incessante attività creatrice della natura.

Tutto ciò non tanto parla al cervello quanto, come sopra si accennava, alla globalità della nostra psiche che, per fortuna, non è solo consapevole intelligenza ma anche - e soprattutto - quella viva e inquieta profondità cui non sappiamo dare altro none se non quello assai vago di "inconscio"; una profondità dalla quale l'intelligenza affiora solo come la punta d'un iceberg.

L'artista cerca di accordare nell'armonia dell'arte i motivi dell'inconscia ispirazione e i moduli d'uno stile sempre più consapevolmente suo che chiarisca a lui stesso - e a chi ha occhi e orecchie per intendere - il messaggio sempre antico e sempre nuovo della poesia.

Anche per questa ragione, diremmo, si deve essere grati al "richiamo" di artisti come Roberto Viviani; e, anche, all'insistenza di quei galleristi, come Bruno Ghelfi, che non si stancano di riproporli, diventando - dopo necessaria cautela della selezione tra i tanti che bussano alle porte delle mostre - amici e propagandisti degli artisti scelti. Coi quali, alla fine, formano quasi una comunità i cui interessi non si limitano solo al mero guadagno pecuniario, oggi sempre più aleatorio e precario.

Sono, in fondo, i galleristi di questo tipo i primi critici dei loro nuovi amici. E anche se, nell'inflazione di gallerie che qualche anno fa sembrava sommergere ogni genere di arte, essi si vanno facendo sempre più rari, la loro "utilità" si manifesta ornai in modi che non si esauriscono nel semplice commercio dei quadri; se è vero - come è vero nel nostro caso - che il gallerista non tanto si affida (per fortuna!) a ideologie più o meno estetico-politiche e "impegnate" o a libresche nozioni, ma a una pratica quotidiana che quotidianamente lo ammaestra e affina. E dalla quale originano, a tratti, certe intuizioni e certi discreti consigli che non restano senza influenza ai frequentatori delle mostre. Qualche volta con più genuinità di quanta ne risulti allo stesso "esperto", non di rado fumoso "presentatore" incapsulato nelle ultimissime teorie "a la page".

Queste considerazioni ci è sembrato opportuno mettere in rilievo in occasione d'un discorso come quello del Viviani, i cui temi non riportano né ad una riproduzione della realtà consueta - quale può essere ripresa, anche con garbo, nelle diapositive d'un fotografo dilettante - né agli schemi ormai stereotipi e scontati d'un astrattismo e di un surrealismo buono per tutti gli usi e consumi. Ciò che "ditta dentro” viene infatti trasfigurato, in tale discorso, secondo una sensibilità - e, vorremmo dire, una "sensitività"- particolare e tutta propria dell'artista che lo rende quasi "medium" tra la realtà che sta dietro le cose e coloro ai quali egli rivolge la sua "maniera" di interpretarla ed esprimerla nei simboli che gli sono più propri.

Di qui il fascino di un'arte in cui i simboli mantengono la suggestione della remota verità che in essi si rivela. Le “apparizioni” diventano i fantasmi rivelatori di quel mondo che tutti portiamo oscuro in noi e che per l'artista non è diverso da quello che si manifesta nelle cose e nelle creature d'ogni sorta in mezzo alle quali viviamo, senza intenderle, di solito, e senza amarle.

E ci si consenta di mettere qui in rilievo un motivo etimologico che - forse inconsapevole lo stesso Viviani - suggerisce una spiegazione alla predilezione per le farfalle che in questa pittura s’accompagnano insistentemente a tutti gli altri motivi vivianiani.

Nell’antico mito greco "farfalla" e "psiche" esprimono la stessa realtà ed hanno lo stesso nome (che tuttora permane nella classificazione scientifica di alcune specie di tali insetti). E la suggestione è rimasta nelle correnti di pensiero che considerano l’anima quasi farfalla disviluppantesi dal bozzolo della corporea crisalide. Notissimi - e puntuali a tale proposito - i famosi versi di Dante:

Non v'accorgete voi che noi siam vermi

nati a formar l'angelica farfalla?”


 

Questo sforzo di toccare, traverso le crisalidi delle cose, l’“angelica farfalla” in cui esse tendono a tramutarsi - posta come ricorrente simbolo in tutta la produzione di Viviani - ci sembra l'essenza più vera di questa pittura. E ancora ci richiama all’intuizione del poeta delle "apparenze" e "apparizioni" quando, nella "Contemplazione della morte", scrive "Ed io intesi quella parola d'avvenire, che dice come la natura sia per trasformarsi a poco a poco in cerchio spirituale e il tutto sia per sublimarsi in anima”.

S'intende allora come gli arbusti e i fiori, le farfalle e i nudi ricorrenti nelle tele di Viviani siano in realtà pretesti di colore affiorati appunto come le cime degli “icebergs” al cielo della consapevolezza. Un cielo, d’altra parte, che talvolta si fa buio e incombente - anche in queste tele - come il mondo ignoto dal quale emergono gli stessi motivi cromatici. I quali, così, restano la sola rivelazione luminosa tra l’ancestrale passato che li ha originati e lo sconosciuto futuro cui si protendono. Restano le parole della poesia di Roberto Viviani - la sua verità tra due misteri.


 

 

 

 

 

 

 

 

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