Il "giardino di Afrodite" alla Galleria Ghelfi di Verona

Di MAFALDA VACCARO, dalla presentazione al catalogo

 

Roberto Viviani ovvero della storia leggiadra: intimista, naturalistica, quasi una favola mitica di un tempo magico trascolorante la vita, grazia. Grazia, sapore di gioventù che trapela polarizzante dai nudi pieni, liberi, sensuali, informali insieme pur nel tessuto della linea impegnata e scaltra. E intorno, una miriade di elementi realistici, ecologici quasi scomparsi dalla nostra vita esagitata, frettoliera.

Fiori, tanti fiori insoliti, fiori in marea, in effusione. E poi quell’ambigua farfalla gigante che si depone, talora, sull’utero femminile, come simbolo di una fertilità mancata. E scopri paura, ambiguità laddove epidermicamente coglievi aproblematicità, assenza di contestazioni. Una contestazione molto più sottile, intellettuale: l’allarme verso questo nostro tempo materialista. Scopri fede in valori eterni quanto semplici: la gioventù iridata, il fiore che sboccia, la farfalla matura. Il tutto con uno stile modernissimo, linee quasi invisibili, uno scenario cromatico sensitivo, emblema della nostra percettività di uomini del XX secolo.

 

 

Roberto Viviani alla Galleria "Ghelfi" di Verona

Di ADALBERTO SCEMMA, dal giornale “L’Arena” 01/11/1977

 

Roberto Viviani torna alla galleria “Ghelfi” con una mostra che sigla un periodo completamente nuovo della sua ricerca. L'artista napoletano, già noto al pubblico di Verona, presenta una serie di nudi raffinatissimi che mettono in luce la tradizionale componente fantastica di una pittura già collaudata ma che consentono, soprattutto, di porre l'accento sulla "sensualità" di Viviani, una sensualità tutta coloristica.

Gli elementi che caratterizzano la precedente produzione di Viviani (fiori intrecciati ecc) rimangono in evidenza ma assumono una funzione di supporto, quasi a sottolineare la nota onirica di fondo. I nudi dell'artista, che insegna a Napoli, appaiono eleganti e raffinati, intrisi anche di un soffio di tenerezza, soprattutto quando Viviani si affida all'estro del momento, senza ripensamenti.

«L'idea di aprire un nuovo ciclo nella mia pittura - sottolinea Viviani - mi è stata offerta proprio qui alla “guelfi” da Luca Goldoni. Un fatto casuale. A suo avviso erano percettibili nei miei quadri i presupposti per impostare un discorso coloristico più caldo, e addirittura più sensuale. E' stata come una folgorazione. Così mi sono cimentato nei nudi, sia pure alla mia maniera, ed è stata una ricerca “in discesa” spontanea e del tutto naturale.»

Una ventina, in totale, le opere esposte alla Ghelfi. La mostra appare lineare e si fa apprezzare anche per la compostezza tonale, motivo questo che non è certamente nuovo nella pittura di Roberto Viviani.

 

 

Roberto Viviani alla Galleria "Ghelfi" di Verona

di VITTORIO LUSVARDI, dalla “Gazzetta di Mantova" del 12/11/1977

 

Napoletano, diplomato all'accademia di Belle Arti e con opere seminate in un buon numero di musei: New York, Firenze, Parigi e via dicendo. Con questo biglietto da visita Roberto Viviani si presenta per la terza volta al pubblico veronese.

Espone opere degli ultimi tre anni: un tempo breve ma percorso da una linea evolutiva che normalmente impegna un'attività ben più lunga. Si trovino i dipinti del 1975: “Tutto nasce dal buio”, “Chiarore lunare”, “Estasi di primavera”: sono opere di un tonalismo sfuocato, il cui lirismo è dovuto a spazi cromatici che già suggeriscono la forma ma senza definirla. Anche se più disegnati, gli elementi della natura (le farfalle, i fiori, i rami d'alberello di cui parlava Mario Rizzoli sul Gazzettino) non sfuggivano a questo processo dissolutivo.

Nell'ultimo Viviani quelle forme, che prima ambiguamente erano suggerite, adesso hanno preso l'aspetto di corpo femminile; gli altri elementi sono disegnati con calligrafia attenta e pignola mentre l'interminato è confinato nel fondo, a far da contrappunto cromatico alle sgargianti luminescenze dei primi piani.

Rimane un buon margine di allusività, suggerita dal modo surreale e simbolico in cui gli elementi del quadro dialogano tra loro (un’ape che si posa sulle grazie più riposte della donna, a suggerire l'idea della fecondità, tra l’ironico e l'edonistico, tanto per fare un esempio) e dalla serie vasta dei richiami culturali che l’artista mette in moto: la preziosità del drappeggi nella donna “classica”, certe volumetrie e velature nella donna che richiama un idolo orientale, la corposità delle suggestioni manieristiche o botticelliane.

Se tema ecologico c'è come ha suggerito certa critica, rimane per fortuna abbastanza nascosto per non riuscire fastidioso o pedagogico. Domina invece, sulla ridda di richiami allusivi di cui parlavamo, un'ammirazione stupita per la bellezza femminile e la gioia di manifestarla e un erotismo pagano e senza volgarità poeticamente risolto nel binomio donna-natura.

Scriveva Galeazzo di Tarsia, napoletano anche lui, “Io voi quando vedrò, pregio del cielo,/ ignuda folgorar su l’erba fresca,/ o sotto molle e prezioso velo?”

 

 

 

 

 

 

 

 

 

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