Roberto Viviani

Presentazione di Luciano Budigna

 

Subito al primo incontro, la pittura di Roberto Viviani affascina il fruitore soprattutto nella misura di una sua connotazione segreta, ben difficilmente “leggibile” d’acchito, sconcertante, dunque, e addirittura partecipe, negli esiti più alti, di una sorta di magia bianca.

Un tale effetto potrebbe derivare, se non da una programmata ambiguità di base, almeno da un’apparente - o magari sostanziale, non ha molta importanza - contraddizione dei termini operativi.

In realtà un’esegesi più accorta e più attenta conduce alla constatazione che alla determinazione ultima della pittura di Viviani concorrono in quantità e con intensità uguali due componenti poetiche - che sono anche, è ovvio, culturali ed estetiche - ben di rado coincidenti in un’unica operazione artistica: il vigore, quasi la violenza, di un empito creativo nettamente istintuale e la sapienza, quasi la preziosità, di una straordinaria maestria tecnica e di una raffinatissima coscienza delle problematiche contemporanee.

La pittura di Roberto Viviani sembra dunque vivere in perfetto equilibrio (un equilibrio vietato, impossibile se non ai miracoli ed alla grazia della poesia) fra la gioia altissima dell’espressione di sé al di fuori da ogni schematismo e la frustrazione profonda della sofferta consapevolezza, del "patimento" in proprio, di una crisi, qual è quella del mondo d’oggi, fra le più squallide e atroci di tutta la storia dell’umanità.

In tal senso il discorso un po’ "ecologico" che affettuosi e autorevoli studiosi dell’arte di Viviani hanno, del resto a giusto titolo, impostato in varie occasioni, andrebbe notevolmente ampliato anche oltre le intenzioni emblematiche, simboliche, allusive che direttamente ne conseguono. A mio avviso, infatti, alle spalle della amabilità idilliaca dei suoi racconti è ben avvertibile la presenza del dolore vitale di una condizione umana che sembra non aver scampo. D’altronde mi premeva rilevare, fuori da ogni polemica, che la pittura di Viviani non è di certo banalmente consolatoria ne subdolamente estraniante, non è di certo un “arte di fuga” dalla realtà esistenziale nell’area di edonistici compiacimenti, di arzigogolati esercizi di bravura, di acrobazie intellettualistiche. La sua rappresentazione della "natura" ha chiara l’impronta della paura e dell’angoscia, non velata, esaltata semmai, dalla estrema eleganza del linguaggio, dalla preziosità sin barocca delle cromie; e nel suo suadente invito alle farfalle, ai fiori, alle erbe, alle radici è dato avvertire, a chi abbia udito sottile, il segno di un’ironia schilleriana e romantica.

Per tutti questi motivi la pittura di Viviani ben si differenzia da quel “naturalismo”(penso a Mandelli, a Morlotti, a una lunga stagione di Zigaina...) al quale un osservatore superficiale potrebbe forse apparentarla.

Il richiamo alle immagini della natura, alle parvenze della realtà è oggi variamente inteso ed esercitato nell’arco della pittura planetaria: dall’iperrealismo americano e nordeuropeo alla imperversante moda della “naivetée” a ogni costo. Ma come i più consapevoli protagonisti dell’avventura impressionista s’avvidero ben presto che la vera funzione dell’artista è quella di indagare dentro le immagini alla ricerca di una verità celata dalle apparenze, così i più sensibili e avveduti esponenti del revival naturalistico procedono, fra molto maggiori difficoltà, a un’analoga indagine.

Roberto Viviani mi sembra essere fra di essi, uno dei più qualificati e attendibili: questa sua recente, fervida, felicissima stagione operativa ne è limpida testimonianza.

 

 

 

 

 

 

 

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